Leggo stamattina un interessante articolo di Nunziante Mastrolia su "Stroncature" di oggi. Articolo interessante e ben fatto sulla secolarizzazione della società odierna e a cui rimando. L'ultimo paragrafo, ovvero la conclusione dell'articolo, mi ha suscitato una serie di riflessioni che condivido in questo spazio.
Il passo finale del breve articolo è questo:
"In conclusione, la secolarizzazione intesa come l’evaporazione della fede e l’inizio di un tipo di convivenza caratterizzato dalla scomparsa del sacro semplicemente non esiste. I valori sacri ci sono, diversi dal passato, ma ci sono. Altra cosa è dire che la secolarizzazione significa la fine del potere temporale dei detentori del sacro di plasmare la vita in pubblico della persone".
Ammettiamo che ciò sia vero e che la secolarizzazione della società occidentale porti alla fine del potere temporale dei sacerdotes veri o presunt(uos)i (che si chiamino Bergoglio, Odifreddi o Stiglitz poco importa) e al loro sogno teocratico. Perché il sogno esiste e non è terminato, sfortunatamente, con lo schiaffo di Anagni e con la successiva morte di Papa Bonifazio ma ha preso più vie, spesso fortemente sanguinolente, come dimostra l'adozione, durante la tirannia temporanea di "quella" Dea Ragione, di una macchina per tagliar velocemente teste ("Hanno fatto nella China / Una macchina a vapore / Per mandar la guigliottina: / Questa macchina in tre ore / Fa la testa a cento mila / Messi in fila": vi ricordate Giuseppe Giusti?).
Ammettiamo che ciò sia vero, dicevo, e che il sacro sia diventato perlopiù un fatto privato, una questione che non riguarda più il tempo "universale" ma il "tempo del mercante" o (e le Goff ci perdoni dal cielo) il "tempo del cittadino".
Ma davvero il sacro può essere un fatto silenziosamente "privato"? Perché il sacro prevede almeno una cosa che è stata dimenticata, nell'articolo citato: il rito. Il rito è talmente connaturato al sacro che non è possibile che l'uno sia senza che sia anche l'altro. Tant'è che quando si studiano le popolazioni cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, così lontane nel tempo, si dà loro una "cultura" e si cercano di spiegare dinamiche antropologiche e sociali attraverso ciò che rimane materialmente dei loro riti. Si può dire che noi riconosciamo il Sapiens Sapiens non dal Sacro, ma dagli esiti materiali del Rito. Nel Levante Antico i riti funerari, talora così complessi già in epoca epipaleolitica, diecimila anni fa, mostrano che la transizione neolitica fu "anche" una transizione dei simboli, per dirla con Cauvin, e quindi del sacro (nelle sue sfumature) e del rito, come si vede a Gerico o, più tardi, negli insediamenti anatolici. Successivamente non c'è tribù isolata, città o territorio dove non si possano dimostrare persistenze lunghissime non solo di credenze, ma di riti. La stessa transizione al cristianesimo e al culto dei santi rimanda ad adattamenti dei riti, più che delle credenze. Lo stesso Concilio di Trento, di fronte all'esigenza di "semplificazione" e normalizzazione teologica imposta dalla lotta alla Riforma, lascia quasi intatti i riti. D'altronde tutto il cristianesimo si fonda sulla memoria di un atto rituale e della sua ripetizione.
Ora, se il rito ha bisogno del sacerdos, che può essere lo stesso soggetto, ovviamente, ma che più spesso appartiene ad una congregazione di deputati alla sua gestione, come è successo da seimila anni a questa parte e se, come corollario di quanto detto, senza rito il sacro non può essere epifanizzato (salvo eccezioni, ma un roveto ardente non è cosa di tutti i giorni), allora la "vera" secolarizzazione della civiltà occidentale è solo un (neanche troppo pio) desiderio di chi crede ciecamente nelle magnifiche sorti e progressive della società, della sua "evoluzione" e della suo inarrestabile work in progress verso un futuro luminoso.
Purtroppo la storia, l'archeologia, l'antropologia e tutte queste "scienze umane" così poco "hard" ma certamente molto "smart" (oggi senza questi banali anglicismi la gente non ti capisce) tendono a dimostrare pericolosamente proprio il contrario. Tanto pericolosamente che è bene abbassare il loro volume per fare ascoltare meglio i matematici impertinenti, gli economisti saccenti e gli psicologi da copertina. O la Sedia. Per cui se è giusto fare riflessioni che possono essere ortodosse con la realtà fattuale del momento storico in cui viviamo ma che alla fine potrebbero avere gambe molto corte per correre verso il futuro, dovremmo perlomeno integrarle con qualche riflessione sul passato. Magari molto remoto.
